Intervista a Ciro Masella

«Questo meraviglioso testo è un’ottima occasione per calarsi in un corpo a corpo con le parole». “Per tutta la mia vita ho fatto solo cose che non potevo fare”, ecco il titolo della drammaturgia di Remi De Vos a cui Ciro Masella, attore diplomato presso la scuola d’arte drammatica del CUT di Perugia con numerosi e diffusissimi spettacoli all’attivo, ha lavorato su regia e interpretazione durante la sua residenza artistica all’Everest. Il suo nome ha girato in lungo e in largo per festival e teatri celebri di tutta Italia. Noi di Industria Scenica lo abbiamo intervistato per dare voce a un artista a tutto tondo che siamo stati lieti di ospitare all’Everest.

Chi sei? Cosa fai? Da dove vieni?

Sono Ciro Masella, pugliese d’origine. Mi sono trasferito a Perugia all’età di diciotto anni per inseguire il sogno di diventare attore, studiando in quella che ora è la Scuola del Teatro Stabile dell’Umbria. Luca Ronconi, Massimo Castri, Roberto Latini, Gigi Dall’Aglio, Federico Tiezzi sono stati i miei maestri, quelli che mi hanno formato non solo professionalmente. Ho lavorato con loro su diverse drammaturgie e molti spettacoli sia in veste di attore sia come aiuto regista. In Umbria ho fondato una compagnia con la quale ho affrontato per lo più testi di drammaturgia contemporanea; quasi 15 anni fa ho ideato un festival itinerante che per una decina d’anni ha animato alcune piccole realtà umbre, ospitando alcuni tra i migliori artisti di danza, musica e teatro del panorama nazionale e internazionale. Grazie a questa felice esperienza è stato riaperto il teatro comunale di uno dei paesi coinvolti nel progetto – un teatro che oggi ospita una stagione stabile da me diretta. Da qualche anno collaboro con alcuni teatri toscani come il Teatro di Rifredi-Pupi e Fresedde-Centro di Produzione Teatrale, co-produttore dei miei lavori con La Limonaia e Il Teatro delle Donne.  Nei panni di regista ho lavorato quasi esclusivamente sulla drammaturgia contemporanea, su scritti (alcuni appositamente scritti per me) di Stefano Massini, Emanuele Aldrovandi, Francesco Niccolini, Elise Wilk. Oggi mi sto esercitando su un testo di Remi De Vos, autore francese, non molto conosciuto in Italia ma apprezzatissimo all’estero, ospite fisso del festival di Avignone. L’ho conosciuto grazie ad Angelo Savelli, regista storico e anima artistica del Teatro di Rifredi, che mi ha diretto in un altro testo di De Vos nell’aprile scorso.

Com’è nata la tua passione per il teatro?

Credo sia nata con me: è insita nella mia natura più profonda. Appena ho potuto, da piccolo, sono entrato in una compagnia teatrale amatoriale. Quando ho scelto di frequentare il Liceo Classico e l’Accademia d’Arte Drammatica mi sono scontrato con la mia famiglia, che aveva ben altre ambizioni per me. Subito dopo il diploma, ho lasciato casa e ho continuato i miei studi per diventare attore. Non credo di aver mai avuto dubbi in merito.

C’è un progetto a cui hai tenuto in modo particolare?

Ci sono spettacoli che ho molto amato, progetti che mi hanno dato gioia immensa, avventure che mi hanno arricchito e reso migliore sia come essere umano che come professionista. Ho avuto la fortuna di lavorare con dei grandi, veri e propri maestri, artisti e ne porto un bellissimo ricordo. Fra le esperienze più belle della mia carriera devo citare sicuramente Ubu Roi di Jarry, per la regia di Roberto Latini – molto più di un bellissimo spettacolo. Una svolta fondamentale, una sorta di spartiacque che ha separato tutto quello che c’era prima da quello che è venuto dopo. Un’avventura indimenticabile: la gioia pura del fare teatro, la festa dell’immaginazione e della vita, un regalo per gli spettatori e per chi ci ha lavorato, un miracolo che si è ripetuto tutte le volte, ogni replica, di anno in anno. E che mi ha regalato esperienze eccezionali come quella al festival del Teatro di Bogotà, in Colombia, con oltre millecinquecento spettatori a sera che, per cinque sere di fila, sono rimasti letteralmente incantati dal nostro lavoro.

Raccontaci un aneddoto divertente accaduto durante un tuo spettacolo

Non riesco a sceglierne uno – sono stati tanti. Ricordo alcune papere, le mie e quelle dei colleghi, a volte piene di doppi sensi divertenti e imbarazzanti. Ricordo pantaloni strappati a mostrare mutande e quant’altro. Una volta replicavamo uno spettacolo in cui interpretavo un trans e dopo una scena molto drammatica – uno sfogo violentissimo e furente -, nell’uscire velocemente dalla stanza sono andato a sbattere contro la porta e lo stipite di scena facendo dondolare tutte le pareti della stanza. L’intensità drammatica si è subito trasformata in uno tsunami comico. A volerla riprodurre, quella scena, richiederebbe davvero tanta perizia e numerose prove – ma non vorrei più esserne il protagonista!

Adesso sei in  Sei stato in residenza artistica all’Everest. Perché l’Everest?

L’Everest mi ha già ospitato in passato in residenza artistica con un altro lavoro, e sono stato bene sia dal punto di vista lavorativo sia da quello umano. Ho lavorato bene qui, riuscendo a trovare un luogo adatto alla ricerca, allo studio, alla creazione. All’Everest si respira un’energia positiva perché ad animare questo luogo ci sono persone belle, curiose, disponibili e generose. L’Everest mi rende libero di sperimentare e creare, e non mi sento solo.  

Com’è la giornata tipo di Ciro Masella?

La mia giornata è legata ai ritmi della tournée, visto che spesso sono in giro con gli spettacoli fra viaggi, bagagli, spostamenti, alberghi, ristoranti e città sempre nuove. I nuovi progetti mi danno invece più stabilità. Tendenzialmente non mi piace svegliarmi presto, ma accade quando sono alle prese con il cinema, la pubblicità o la televisione. Il teatro è più affine al mio bio-ritmo, visto che preferisco di gran lunga stare sveglio fino a tardi a studiare, provare e lavorare. Anche quando sono in tournée comunque, cerco di ricavarmi del tempo per studiare e per dedicarmi a qualche hobby.

Progetti futuri?

I prossimi mesi mi vedranno impegnato ancora in tournée con diversi spettacoli e nuovi debutti. Il lavoro che ho provato all’Everest, “Per tutta la mia vita ho fatto cose che non sapevo fare”, avrà ancora delle tappe di avvicinamento e una versione definitiva – credo in estate, ma una sua prima lettura-mise-en-espace è stata già portata al Teatro di Rifredi di Firenze. Erano anni che non mi trovavo solo in scena in un monologo. Credo che avessi bisogno di tornare a frequentare la solitudine della scena, e questo meraviglioso testo è un’ottima occasione per calarsi in un corpo a corpo con le parole.

Se diciamo Everest tu cosa dici?

La montagna, perché è un automatismo. Ma oggi, per me, l’Everest è la balera, il teatro – un posto accogliente, caldo dove potersi isolare e rendere le proprie idee e intuizioni limpide come in altura.